
Chissa’, magari vi ricordate il mio post sul Re-Branding di Oxfam UK, sulla base dello slogan “be Humankind”.
Qualcuno mi disse in passato che il linguaggio giusto da utilizzare nel fundraising e’ quello che un qualsiasi dodicenne sarebbe in grado di comprendere (Pidgeon? Melandri? proprio non ricordo
).
Proprio oggi il nostro Marketing Manager ha fatto girare per l’ufficio indicazioni interessanti su quale linguaggio utilizzare con i nostri sostenitori, con i giornalisti e con il pubblico in generale. Il punto fondamentale e’ quello di evitare i tecnicismi e parlare con il linguaggio delle persone. Sembra facile, ma la maggior parte delle organizzazioni che conosco in Italia, soprattutto quelle piu’ piccole, fa proprio tanta fatica…
E in particolare le ONG hanno questo problema, perche’ il lavoro che ruota intorno a disastri umanitari, confiltti e politica internazionale tende ad avere molto a che fare con il diritto internazionale e spesso non e’ semplice trovare alternative al linguaggio legale o a termini strettamente ONG. Ma queste parole significano poco o nulla alla maggior parte delle persone che si vuole coinvolgere.
Insomma, ricordiamoci che stiamo parlando di uomini, donne e bambini. Stiamo parlando di famiglie. Nel caso di Oxfam e di tante altre organizzazioni, di persone che sono costrette a lasciare le proprie case – e non “internally displaced” o “IDPs”, due tra i termini che spesso ci si scorda di evitare. Meglio focalizzarsi sull’impatto sulle persone: salvare vite, ridurre la sofferenza, dare sicurezza alle famiglie.
Quindi occhio, ci dice il nostro Marketing Manager, ai termini che bisognerebbe evitare nelle comunicazioni pubbliche:
Persino la parola “diritti“, ad esempio, puo’ creare confusione per molti, dipende anche a quale pubblico ci si sta rivolgendo (classe sociale, eta’, genere, idee politiche)… quindi attenzione a come si utilizza: ci chiediamo mai se in un determinato contesto ci sia un termine piu’ appropriato?
Termini come “imperativo umanitario” e “sicurezza alimentare” non significano assolutamente nulla per la gente comune. Meglio usare un linguaggio chiaro e semplice, affinche’ le persone al di fuori del settore umanitario possano capire e sentirsi davvero chiamate all’azione. “Imperativo umanitario” potrebbe essere meglio tradotto come “la nostra responsabilita’ di aiutare le persone in situazione di pericolo”, e “sicurezza alimentare” significa garantire cibo a tutti, uomini, donne e bambini. Talvolta anche “profugo” e “rifugiato” sono parole che non risvegliano una chiara immagine nella mente delle persone: meglio ricordare loro che si tratta di persone obbligate di punto in bianco a lasciare tutto alle spalle, la propria casa, il proprio paese, la propria famiglia.
Questo vale per le ONG, ovviamente, ma penso ad esempio anche a tutte le organizzazioni che si occupano di salute: non di rado medici, psicologi e altri “tecnici” scrivono nelle varie newsletter associative articoli e lettere sicuramente molto molto belle, ma certamente altrettanto incomprensibili.
A cosa ci serve una laurea? A parlare in maniera piu’ erudita o a trovare le migliori soluzioni per giungere ai nostri obiettivi?
Avere 12 anni in fondo non era poi tanto male… in questo abbiamo molto da imparare dagli anglosassoni.